LE NOZZE DI CANA

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LE NOZZE DI CANA

Messaggio  Salvezza il Mer 25 Feb 2009 - 6:45

LE NOZZE DI CANA
(Gv 2,1-12)

[1]Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. [2]Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. [3]Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino". [4]E Gesù rispose: "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora". [5]La madre dice ai servi: "Fate quello che vi dirà". [6]Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. [7]E Gesù disse loro: "Riempite d'acqua le giare"; e le riempirono fino all'orlo. [8]Disse loro di nuovo: "Ora attingete e portatene al maestro di tavola". Ed essi gliene portarono. [9]E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo [10]e gli disse: "Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono". [11]Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. flower

Commento

Nel racconto delle nozze di Cana, che solo l'evangelista Giovanni riporta, vi sono due stranezze che non possono certo sfuggire a un qualunque lettore.

La prima è che qui Maria sembra già avere consapevolezza dei poteri straordinari di Gesù prima ancora che questi li abbia mai manifestati. [Curioso peraltro è il fatto che qui Maria dia ordini ai "servi dello sposo". Qualche esegeta protestante ha congetturato che lo sposo sia lo stesso Gesù, ma è più verosimile che Maria sia in grado di dare ordini in quanto strettamente imparentata con lo sposo.]

Come siano andati i fatti è difficile dirlo, ammesso e non concesso che siano effettivamente accaduti. Molto probabilmente Maria, accortasi che l'arrivo alla festa da parte di Gesù e dei suoi discepoli (quest'ultimi, probabilmente, aggregatisi all'ultimo momento) avrebbe potuto mettere in imbarazzo gli sposi se avessero constatato una quantità insufficiente di vino, si limitò a chiedere qualcosa che apparentemente sembrava di difficile realizzazione. Fatta la richiesta, cui Gesù consentì malvolentieri, perché avrebbe rischiato di esporsi per un motivo di carattere privato, Maria non si rese conto di nulla, se non appunto del fatto che la richiesta era stata esaudita.

In secondo luogo Giovanni conclude il racconto con un'espressione che ha dell'incredibile: "Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui"(2,11).

Anzitutto, quali discepoli poteva avere con sé? Secondo Gv 21,2 Natanaele era di Cana. Altri discepoli avevano già lasciato il Battista: Andrea e Giovanni, ma anche Pietro e Filippo lo seguivano (cfr Gv 1,37-45): quindi probabilmente erano questi i discepoli che tre giorni prima erano partiti da Betania di Giudea, ove il Precursore battezzava, e che ora si trovavano lì.

Ma in che senso Giovanni può sostenere che i discepoli, vedendo questo prodigio, "credettero in lui"(2,11)? Il Cristo era già riuscito a convincere alcuni discepoli del Battista ad abbandonare quest'ultimo e a seguire lui (Gv 1,35ss.). E in nessuna parte del vangelo di Giovanni, né in quello di Marco, il Cristo compie dei prodigi per convincere i "discepoli". Con la trasformazione dell'acqua in vino non si manifesta alcuna particolare "gloria", poiché il Cristo, in questa occasione, sarebbe anche potuto apparire alla stregua di uno stregone piuttosto che di un messia. Se poi era davvero il primo miracolo e Gesù ancora non si era "manifestato", non si comprende in che cosa i suoi discepoli avrebbero dovuto credere.

Forse qui si è voluta sottolineare una diversità di fondo tra l'accoglienza dei giudei, in occasione dell'epurazione del Tempio, che non si può certo definire entusiasta, e quella che invece gli tributarono i samaritani prima e i galilei dopo? Le simboliche "giare" sembrano rappresentare la vuotezza, l'aridità giudaica, che va riempita col fervore, con l'esuberanza dei galilei.

Di questo particolare episodio (se esso è davvero accaduto, ma assomiglia troppo a quello di Filemone e Bauci) solo i suoi più stretti discepoli possono essere stati testimoni (forse il solo Giovanni, visto che solo lui ne parla). Il v. 9 dice, tra parentesi, che i servi dello sposo si erano accorti del prodigio; tuttavia - possiamo aggiungere -, poiché non vi fu in loro alcuna reazione, è giocoforza dedurre che anche questa precisazione sia spuria.

Il motivo per cui la pericope non fu riportata nei sinottici è dipeso dalla sua scarsa importanza rispetto a quella, per certi versi analoga, dei pani moltiplicati. Se alcuni servi dello sposo avessero visto il prodigio di veder mutare 500 litri di acqua in ottimo vino, il "protagonista" del matrimonio sarebbe stato Gesù, non gli sposi: cosa che invece nel racconto non appare assolutamente (tuttavia a Cana egli vi ritornerà, stando a Gv 4,46, per compiere una guarigione a favore del funzionario Cuza).

Qui l'autore dà ovviamente per scontata la fede post-pasquale, cioè ragiona col senno (apostolico) del poi. Al v. 11 molto probabilmente è stata aggiunta la seconda parte da un redattore che non riusciva a spiegarsi la ragione per cui un racconto del genere (che, rispetto ad altri, è piuttosto insignificante) doveva essere tramandato semplicemente perché a Cana Gesù aveva compiuto il suo primo prodigio.

Questo, in realtà, fu un evento del tutto privato, legato all'ambiente parentale della famiglia d'origine del Cristo. Esso mette semplicemente in luce l'umanità di un leader politico, il quale soltanto tre giorni prima aveva rotto con un movimento (quello battista) che non voleva saperne di organizzare una manifestazione contro i mercanti dal Tempio in occasione della pasqua imminente.

La frase di Gesù relativa alla "sua ora" è senz'altro coerente col fatto che solo dopo qualche mese, in occasione della purificazione del Tempio, egli cominciò a manifestarsi in pubblico. Ma l'autore di questo racconto può aver fatto dire a Gesù quella frase, proprio perché sapeva che la sua prima manifestazione pubblica sarebbe avvenuta a Gerusalemme, in occasione della Pasqua. E comunque Maria non può aver compreso il significato di quella frase.

Personalmente ritengo che il racconto faccia parte di una tradizione spiritualista, che è sempre presente nel vangelo di Giovanni e che affianca, come un parassita, tutti i racconti giovannei di origine ebraica, il cui stile è più realistico che simbolico. E' stata questa tradizione spiritualista che ha stravolto il significato originario del racconto e di tutto il vangelo di Giovanni.

Se l'episodio è davvero accaduto, l'interpretazione che se n'è data è troppo metafisica per essere credibile. Cioè è categoricamente da escludere che il Cristo abbia compiuto un prodigio del genere per dimostrare la superiorità del suo vangelo rispetto alla legge mosaica, ed è altresì impensabile ch'egli abbia voluto equiparare il vino al sangue.

Al massimo nella versione più antica il redattore avrà semplicemente voluto evidenziare che la capacità di Gesù di operare prodigi poteva essere messa al servizio anche per cose che non riguardavano affatto il "regno" da costruire, ma semplici esigenze materiali.

Il che però contraddice la natura strettamente politica dei vangeli. Che senso avrebbe avuto scrivere in un testo politico un episodio strettamente privato? E perché, nel momento in cui lo si è voluto caratterizzare politicamente, lo si è trasformato in un racconto spiritualistico con addentellati addirittura magici?

Il testo comunque è molto antico, poiché l'autore non ha scrupoli nell'affermare che a quello sposalizio erano presenti non solo la "madre di Gesù" (il padre era già morto?), ma anche i suoi "fratelli", che vengono citati separatamente dai suoi discepoli (2,12). In un altro contesto, Marco - e Matteo 13,55s. gli farà eco - dirà che Gesù ebbe almeno quattro fratelli e un paio di sorelle (Mc 6,3).

[Da notare che l'autore, inizialmente, non sembra voler includere tra i "discepoli" di Gesù anche i suoi "fratelli" o i parenti più stretti e neppure i servi dello sposo: di nessuno di questi il redattore dice esplicitamente che "credettero in lui"; anzi, a ben guardare, non lo dice neppure di Maria, che nel racconto sembra strappare il prodigio più in quanto "madre" che non in quanto "discepola". Stando a Mc 3,30ss. e a Gv 7,5, i rapporti tra il Gesù politico e la madre (ivi inclusi i fratelli e le sorelle) spesso erano difficili, benché alcuni fratelli militassero nella cerchia dei Dodici. Forse questo racconto sta a significare che tra Gesù e il suo parentado s'era stabilita una certa riconciliazione, dopo l'evento di pericolosa rottura istituzionale quale fu la cacciata dei mercanti dal Tempio.]

Resta molto forte la frase che Gesù rivolge a sua madre: "Che ho da fare con te, o donna?". Sembra quasi che qui si voglia evidenziare una sorta di estraneità tra madre e figlio. Inspiegabile peraltro l'assenza del padre Giuseppe in questo episodio di natura privata e in genere in tutti i racconti evangelici. flower
( DAL WEB )
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