Il bastone di Mose`

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Il bastone di Mose`

Messaggio  Salvezza il Gio 18 Dic 2008 - 4:23

Credo che nella Bibbia vadano sempre ricercati i significati nascosti, non mi posso fermare ad una interpretazione letterale, ma tu puoi immaginare Dio che, dopo che Mosè a passato la sua vita in quel modo,
lo fulmina e non lo fa entrare nella terra promessa solo perchè invece di parlare alla roccia la bastonata? Io non potrei credere in un Dio simile. Bisogna capire i significati allegorici anche, se si vuole che abbia un senso. Spero di non urtare nessuno se ti posto un paio di commenti.

A. La Torà ci sta insegnando che la vita del popolo d'Israele, finalmente libero, non può che essere basata sulla Torà.

Un altro elemento ricorrente è il legno. Esso rappresenta secondo alcuni Maestri il potere coercitivo della legge (la verga rappresenta la potenza di D-o e l'autorità legale che Egli dà a chi la porta, cfr. episodio di Korach). La Legge, ossia la Torà, è valida perché ogni ebreo è tenuto ad osservarla. La Torà non può essere "bevuta" (ossia assorbita) senza che sia chiaro che in quanto ebrei siamo TENUTI ad osservare la nostra legge. Ad Elim questo principio viene chiarito meglio. Lì ci sono dodici fonti d'acqua, una per Tribù. Questo ci insegna che ognuno deve trovare la propria via nello studio della Torà. Nello stesso luogo ci sono settanta Palme. Qui il riferimento è al Sinedrio, composto da settanta Saggi che secondo alcuni fu istituito proprio ad Elim. La legge non è attuabile se non c'è un Tribunale che la amministri (da notare il riferimento palme = legno = potere coercitivo della legge).

Infine l'episodio più complesso. Secondo il Midrash la roccia rappresenta Israele. D-o comanda a Mosè di prendere con lui la verga e di parlare alla roccia. Per tirare fuori la Torà da Israele (l'acqua dalla roccia), devi far vedere che hai l'autorità per farlo (la verga). Nonostante questo non devi usare la forza, devi parlare ad Israele. Questo è un messaggio molto forte. Per tirare fuori la Torà dal popolo d'Israele non si può usare la violenza. Anche se la Legge avrebbe il diritto di costringere l'ebreo alla osservanza, non si deve applicare questa autorità. Si deve spiegare. Parlare. Anche se la roccia è dura e viene voglia di spaccarla con la forza dell'autorità (la verga).

La Parashà ci presenta gli ultimi istanti della vita di Mosè sulla terra: dopo gli avvertimenti solenni a più riprese enunciati e che io vi ho illustrato nelle Parashoth precedenti, dopo gli ammonimenti solenni, l'estremo saluto, l'estremo augurio. Come un padre prima di morire benedice i suoi figli, così Mosè, padre spirituale di tutto Israele, impartisce ad ogni tribù la sua benedizione; così aveva fatto anche il terzo patriarca, Giacobbe, quando in terra d'Egitto aveva benedetto i suoi figli: con quella benedizione si chiude il primo libro della Torà, con questa benedizione si chiude l'ultimo. Là erano presenti i 12 figli d'Israele Giacobbe, qui i 12 figli sono diventati le 12 tribù di un grande popolo. Anche lì, però, come qui, il padre nella sua benedizione presagisce con occhio profetico l'avvenire dei dodici figli, annuncia in breve sintesi quali saranno i futuri destini, le future attività, le funzioni e i compiti di ogni prosapia d'Israele. Anche qui l'animo del profeta detta i suoi sentimenti alla bocca del poeta, che con accenti sublimi ci delinea le caratteristiche salienti di ogni tribù e quasi ci fa passare dinanzi allo sguardo la visione del futuro Israele, dell'Israele ormai stabilito nella sua terra. Ma di questa magnifica pagina io non posso tracciarvi tutte le bellezze, tutti i riposti pensieri, tutte le piccole e grandi sfumature, non posso guidarvi attraverso queste fervide parole augurali, sino all'invocazione massima che tutte le supera e le corona, sino all'invocazione che esalta la beatitudine unica di Israele: popolo unico di Dio. Io mi limiterò soltanto a dirvi che qui, proprio in queste ultime righe della nostra Torà, la personalità eccelsa di Mosè si stacca in tutta la sua divina grandezza, proprio nel momento in cui egli contempla e benedice il suo popolo, contempla e ammira la terra. Proprio in queste pagine c'è la sintesi di Mosè uomo, di Mosè profeta. Qui egli si innalza al di sopra degli uomini, qui egli è più che altrove, nelle pagine del suo libro, "uomo di Dio". Non a lui l'ingresso in quella terra che era stata il suo sogno, non a lui i trionfi delle conquiste terrene, non a lui gli onori del regno e del trono. Mosè è superiore alle conquiste, agli onori, ai troni e ai regni di tutta la terra. La sua titanica figura si può dire si dilegua insensibilmente dallo sguardo del popolo, che ne sa imminente la dipartita estrema, la sua figura che ammira dalle alture del monte Nebo la terra d'Israele, non discende più da quelle alture, ma sparisce di là nella purezza dei cieli e nell'amplesso di Dio. La sua morte non conosce l'esaurimento e l'agonia del corpo, non conosce neppure la diminuita vitalità della mente e dello spirito. Mosè è vegeto e forte nel corpo e nello spirito e la morte non è il segno della fine, ma quasi l'annuncio della sua esaltazione, del suo trasumanarsi, del suo passaggio naturale e insensibile dalla sfera dell'umano a quella del divino.

Nel web ho trovato questa spiegazione del bastone di Mosè che ha chiarito certi miei punti oscuri.
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